Cammino nell’Italia buddhista. Dal taccuino del principiante
Di Valerio Millefoglie
Dal primo taccuino del principiante
Qui di seguito alcuni appunti di lavoro provenienti della prima tappa del “Cammino nell’Italia buddhista“, un video-documentario per raccontare, a quarant’anni dalla sua fondazione, la strada percorsa dall’Unione Buddhista Italiana.
Un diario di viaggio visivo per raccontare chi sono stati i primi buddhisti italiani, chi sono oggi ma anche per mappare i primi passi di chi, come me, si muove alla scoperta di monasteri tibetani e zen che compaiono dietro le colline, di centri di tradizione Theravada che aprono cancelli e varchi tra i vicoli dei centri storici, creando una paesaggistica dell’inaspettato. Fra incontri con lama, monaci, monache, meditanti, ho provato a scoprire qualcosa anche di me.
La mente scimmia, il corpo adagio
Non era previsto diventassi praticante. Che mi sedessi un martedì sera a cospetto di un muro bianco, dando le spalle – alle spalle degli altri meditanti – e che per trenta minuti ingaggiassi una lotta con le mie gambe, le braccia, la colonna vertebrale, a cercare di stare il più fermo possibile per non intaccare il silenzio di tutti.
Poco prima di iniziare mi avevano parlato della mente scimmia, che si aggrappa ai tanti rami di pensieri e che non ci fa mai vivere nel tempo presente. Mi sono detto: quali altri pensieri se non il pensiero del corpo? Quale cammino, qui non mi alzo più. Poi mi sono alzato. “Trovare agio nel disagio”, ho appuntato qui sul taccuino, una frase pronunciata da Dario Doshin Girolami del Centro Zen l’Arco a Roma, si riferiva al corpo del principiante che deve imparare un nuovo modo per stare con sé.
Il compito del presente
La meditazione all’A.Me.Co, l’associazione per la Meditazione di Consapevolezza, sempre a Roma, è stata più libera nella postura. Neva Papachristou ci ha dato un compito per la settimana successiva: porre attenzione a cosa c’è dietro una nostra parola. L’ho intitolato Il compito del presente.
“Sabato mattina mio figlio studiava pagina 41 del libro di grammatica. Suo compito era ripassare il modo indicativo, a partire dal tempo presente del verbo credere. Mi ha domandato se dopo pagina 41 avrebbe dovuto fare anche le pagine successive e anche gli altri compiti. Gli ho spiegato di pensare al presente, indicativo, ma anche al presente, che è la parola che ho sentito più volte pronunciare da quando ho iniziato questo mio cammino. Ed è anche la parola meno presente nel mio vocabolario perché io lavoro tanto con il passato, con la memoria, con la rievocazione storica degli altri. Il futuro lo associo alle consegne di lavoro. Ho quindi risposto a mio figlio, e a me stesso, di pensare al presente. E che dopo, avremmo voltato pagina e affrontato tutti i tempi, passati, trapassati, imperfetti”.
Confesso che io non credo che alle storie che raccolgo e che racconto; e che la spiritualità, la quiete, mi sembrano mondi molto lontani da me. L’ho detto anche a Mariangela Falà: “Non riesco a smettere di porre domande, di capire cosa c’è sotto e poi ancora sotto”.
Papanchare meno
Prima del Centro Zen l’Arco in quel luogo c’era nell’800 un deposito di carrozze, poi di carni, negli anni ’70 del 900 uno studio di architettura e a metà degli anni ’80 una scuola di danza. Prima dell’A.Me.Co quel luogo è stato una carrozzeria e poi una palestra, Neva mi ha detto “Dove si riparavano macchine oggi ripariamo cuori, e dove ci si allenava e ci si prendeva cura di sé, alleniamo la mente e ci prendiamo cura di noi”. La porta della fondazione Maytreia era la porta di un pub, “È rimasta quella” mi ha detto Falà “perché non è una porta chiusa, ha dei vetri sfaccettati, ci si vede attraverso e volevo un posto su strada, che uno entra, esce, facilmente, come su un tram sale e quando vuole scende”.
Infine, salutandoci sulla porta, a me che le confidavo del mio problema del voler sapere sempre tutto, cosa c’è sotto, del mio porre domande e fuggire il silenzio mi ha detto una parola in lingua pāli: Papancha, che indica la nostra abitudine alla proliferazione mentale. “Papancha di meno”, mi ha detto. “Va bene”, le ho risposto.
E dal secondo taccuino del principiante
«Io penso che noi dobbiamo essere uomini e donne della congiunzione. Cioè dovremmo cominciare un discorso con una congiunzione, che sarebbe scorretto dal punto di vista grammaticale, però io non trovo davvero niente di convincente se non viene introdotto da una congiunzione. Siamo congiunti. E questa io l’ho chiamata l’arte del fraintendimento. Nel senso che non sta in me, non sta in te il senso della nostra relazione ma sta in un luogo sconosciuto, comune ad entrambi»
Fausto Taiten Guareschi, secondo abate e oggi abate emerito dell’Istituto Italiano Zen Soto Fudenji, Salsomaggiore Terme
E
E il secondo taccuino del principiante è fatto di pagine dove l’inchiostro oltrepassa il muro di carta e va nel foglio successivo e io non so più se mi trovo a Pomaia, a Salsomaggiore, in Tibet, in Giappone o al di là delle geografie.
E la prima traccia sulla pagina è la domanda di mio figlio a qualche giorno dalla partenza: “E ma quando hai appuntamento con Buddha?”.
E nei giorni successivi mi appunto l’espressione della monaca Lucia: “Le persone che abbiamo dentro”; e queste persone, mi dice, “sono le nostre afflizioni. E a queste afflizioni io ho dato un nome”. E poi c’è una mia frase appuntata: “Non credo in nulla, credo”.
E anche un ragazzo, dopo una meditazione, mi dice che a volte non crede e odia tutti, poi mi spiega che questo luogo illumina tutto di noi: le cose belle, le cose in ombra e lui delle cose in ombra ricorda il paesino sperduto, dove anche lui si sentiva sperso di fronte agli amici che non aveva e così si iscrisse in palestra per farsi dei muscoli, anche interiori.
E io ne approfitto per dire a lama Gheshe Tenphel: “Da più di un decennio registro le voci e in questo affollamento perdo la mia. Non riesco più a comprendere a cosa serva questo mio lavoro, al di là del procurarmi soldi. Spesso vorrei ascoltarmi e altre volte vorrei non essere io” e lui mi dice di non aggrapparmi a tutto ciò che sento, degli altri.
E sento invece la voce ancestrale della monaca Lucia che mi accompagna nell’ultima meditazione a Pomaia. E anche se ci sono altri meditanti intorno mi sembra di esser l’unico nella stanza e affiora in me un’immagine del 2 gennaio 2024 quando poco prima delle nove del mattino mi giunse una telefonata da un ospedale, e io stavo andando in quell’ospedale ma feci in tempo ad arrivare prima lei, la telefonata, e io allora per risposta diedi un pugno al palo di un segnale stradale e lo diedi così forte che le mie nocche lo ricorderanno sempre.
Discorso del pugno
E ci sono tante frasi di Fausto Taiten Guareschi che mi hanno colpito e che sembrano proseguire il discorso del pugno. Eccone alcune: “La scomparsa è divina, una ricchezza che non avrei mai supposto. Uno diventa più presente nella sua assenza. Essere umano è qualcosa di invisibile. Lo zazen è qualcosa di drammatico che mi piacerebbe fosse vissuto. Meditazione è una parola che capiscono tutti ma non capiscono tutti; viene dal latino ruminare ed è ciò che sopravviene dopo la lettura ed è lì che nasce la preghiera”.
E nell’ultima lezione del Dharma che seguo, Guareschi legge l’ultimo discorso pronunciato da Edoardo de Filippo a Taormina il 15 settembre 1984 e che finisce così: “E se io non fossi stato sfuggente, se non fossi un orso, se non fossi uno che si mette da parte non avrei potuto scrivere 55 commedie. Fare teatro sul serio significa sacrificare una vita”.
Quest’ultima frase, Guareschi l’ha sottolineata. E poi De Filippo continua: “Si è presentato da sé, è venuto dalla gavetta, sotto il gelo delle mie abitudini teatrali. Così si fa il teatro e così ho fatto io ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere tutte le prime rappresentazioni e l’ho pagato anche stasera mi batte il cuore e continuerò a battere anche quando si sarà fermato”.
E non mi fermo ancora, cammino nel giardino di Fudenji nel Tempio delle Biografie: il padre di Guareschi, il maestro Deshimaru, Guareschi Giovannino lo scrittore, Mark Twain, il giardino dedicato a Tarkovskij, la lapide di un ragazzo francese morto suicida, la foto di Corrado Pensa, la falegnameria di suo padre, del padre di Guareschi, e gli utensili che traducono in realtà ciò che la mano pensa.
E ho un ultimo appunto, una voce che proviene quasi da un sottoterra e che dice: “I contadini qui intorno ci vedevano mica come dei normali e ci chiedevano perché ci alzassimo alla loro stessa ora e che cosa pulivamo sulla soglia, con così tanta attenzione, che sembravamo cercare spilli fin dall’alba. E allora il maestro aprì le porte a tutti la domenica e ci disse anche di tagliare la siepe in modo che lo sguardo, da fuori, potesse sempre entrare e giungere a qui affinché tutti ci vedessimo da lato a lato, e da lato a lato come non ci fosse una fine”.
E come se ci fosse sempre una E.
Dal terzo taccuino. Cammino da lago a lago, con Lama Michel e Massimo Pericolo
Qui di seguito potete leggere gli appunti di lavoro provenienti della terza tappa del “Cammino nell’Italia buddhista”, un video-documentario per raccontare, a quarant’anni dalla sua fondazione, la strada percorsa dall’Unione Buddhista Italiana. Un diario di viaggio visivo per raccontare chi sono stati i primi buddhisti italiani, chi sono oggi ma anche per mappare i primi passi di chi, come me, si muove alla scoperta di monasteri tibetani e zen che compaiono dietro le colline, di centri di tradizione Theravada che aprono cancelli e varchi tra i vicoli dei centri storici, creando una paesaggistica dell’inaspettato. Fra incontri con lama, monaci, monache, meditanti, ho provato a scoprire qualcosa anche di me.
“L’impero del bene” appunto sul mio terzo taccuino del principiante. È una frase che mi dice il rapper Massimo Pericolo mentre saliamo lungo un sentiero di campagna, a pochi passi fra il lago e il suo sogno di costruire lì vicino un monastero-casa famiglia-tempio. Dall’altra parte del lago c’è Albagnano, dove Lama Michel un giorno dice: «In cosa vogliamo rinascere?» Sul mio taccuino scrivo: «Io voglio rinascere registratore» scrivo sul taccuino.
Stamattina al primo piano del tempio dell’Healing Meditation Centre di Albagnano, Lama Michel ha proposto un esercizio per arrivare all’essenza più pura di noi. Ha detto: «Noi di solito proiettiamo la nostra identità sul corpo, sull’immagine, sulle cose che possediamo. Siamo il padre di, la madre di, il marito di, la moglie di, l’avvocato, l’ingegnere il lama. Immaginiamo però di essere in un luogo con tantissima gente e di dover scrivere una lettera di introduzione di noi stessi, una lettera grazie a cui chiunque di quella immensità di persone possa trovarci. Quindi dobbiamo parlare di noi senza usare il nome, il cognome, non possiamo parlare del corpo, quanto sono alto, alta, come porto i capelli, non possiamo parlare delle cose che pensiamo di possedere, la casa, i figli, non possiamo parlare di ruoli e relazioni sociali. Di cosa possiamo parlare? Di ciò che siamo internamente».
Internamente io sono la persona nella stanza che ascolta. Ho domande per tutti. A volte mi sento solo. Altre volte mi sento due o tre persone, in disaccordo tra di loro. Per me se una cosa non va, ogni cosa non va: il particolare corrode l’insieme. Da piccolo un terremoto percosse la mensola dei libri sopra il letto dove dormivo. Lo spigolo di uno dei volumi mi colpì in fronte e io sognai che lì, proprio in quel punto si aprì un foro, un varco in cui le parole cominciarono a travasarsi dalle pagine al mio interno. Internamente non sono sempre molto sicuro ma di una cosa sono sicuro: io sono quello che rimane fino alla fine”.
All’inizio della nostra conoscenza, nel 2019, Massimo Pericolo mi diede l’indirizzo della casa dove allora abitava. Era un monolocale in un centro benessere che abitava in un periodo in cui il benessere non era ancora arrivato del tutto nella sua vita. Tutto il perimetro della camera ricordo era puntellato di buste della spesa con dentro i libri. Al centro della camera c’era un letto dove lo immaginavo seduto a scrivere, circondato da quelle parole degli altri, che dalle buste della spesa arrivavano alla sua testa. All’uscita del suo secondo disco la casa era un’altra e mi disse «I libri non stanno più nelle buste della spesa, ho una libreria». Oggi invece quando passeggiamo nel bosco dietro casa sua mi dice che la scrittura è solo ego, un modo che usiamo per sanare le nostre ferite. Poi mi dice una frase che sottolineo sul taccuino: «Credo che non abbiamo poi così tanto bisogno di tutto questo amore degli altri».
L’amore degli altri ma anche il rancore le incomprensioni le parole non dette mi sembra stare tutte nel potere del testamento di cui ci parla un pomeriggio Lama Michel. Segno sul foglio frasi sparsi che continuerò ad unire la sera prima di dormire: «Anche se non ci sono più, la direzione materiale delle mie cose continua ad interagire con il mondo. Se lancio qualcosa, quel lancio continua a svolgersi. Non possiamo portare nulla con noi. L’energia delle cose rimane e influenza chi c’è dopo di noi. Gli oggetti e la loro funzione perpetua».
Ad Albagnano conosco Matteo, un ragazzo argentino che si è trasferito qui e che si occupa di vari lavori, tra cui preparare le camere per gli ospiti. Mi dice: «Quando rifaccio un letto, lavo un pavimento o pulisco il bagno, è per me un atto meditativo: non posso cioè fare a meno di pensare a chi soggiornerà qui, a chi si è ritagliato dei giorni della propria vita per venire qui e raccogliersi».
Raccolgo ancora delle parole, captate dalle frequenze dal vivo di Lama Michel: «La terra si dissolve nell’acqua. L’acqua si dissolve e perde forza. Si manifesta con più chiarezza il fuoco. Il fuoco si dissolve nel vento e non riusciamo più a dire “questo è”, “quello è”, non sappiamo i nomi Il vento si dissolve nello spazio della coscienza. È come vivere le cose senza parole».
Dal quarto taccuino del principiante: sogno lucido, un monastero diventa realtà, il kesa del fuoco
Buddismo tibetano
Buddhismo non tibetano
Libri nuovi
Buddhismo/meditazione nel contemporaneo
Misticismi molto vari
Sono le iscrizioni fatte con un pennarello rosso su alcuni scatoloni da trasloco che vedo nella nuova casa di Chiara Mascarello, direttrice scientifica del centro studi UBI. Partecipo ad una cena con Francesco Tormen, anche lui direttore scientifico del centro, alcuni studenti e studentesse del master e un docente che cucina per noi del cibo indiano.
Non c’è il tavolo, apparecchiamo e il pavimento diventa quel tavolo. Durante la serata mi sembra di muovermi in uno di quegli scenari di lucid dreaming VR, l’applicazione per favorire i sogni lucidi progettato dal Centro Studi UBI in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Cognitive dell’Università di Trento.
Il sogno lucido è quella pratica in cui ci si accorge di essere in sogno e si raggiunge la capacità di non svegliarsi ma di acquisire ancora più consapevolezza. Per fare cosa poi? Tormen mi spiega che questa pratica ha origine dallo yoga del sogno tibetano, strada parallela alla meditazione che conduce sempre alla scoperta dell’impermanenza, dell’essere coscienti che la realtà in cui siamo immersi è sempre una nostra proiezione mentale.
Mi parla dei terma, termine tibetano che significa “tesoro nascosto” e che si riferisce ai testi che i grandi maestri del buddhismo tibetano nascondevano in caverne ma anche all’interno dei sogni. I cacciatori di terma, esperti onironauti, si addentravano nei sogni per recuperare questi insegnamenti scritti e portarli nel mondo della veglia.
In questa quarta tappa ho l’impressione di aver camminato lungo una linea onirica che io stesso ho tracciato, cucendo una banda rettangolare del Kesa, l’abito tradizionale dei monaci e delle monache. Quei punti che facevo con l’ago e con il filo corrispondevano ai chicchi di riso e alla metafora del campo come nutrimento dell’animo. Pensavo che ogni cosa del reale può aver cittadinanza altrove.
Ho l’impressione ancora che gli studenti e le studentesse del master, gli aspiranti onironauti che ho conosciuto al ritiro di sogno lucido all’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia, compongano una popolazione di persone che ricercano qualcosa che non si vede a prima vista.
Una donna al ritiro di sogno lucido mi racconta di aver sognato di essere sulla riva di una spiaggia e di avvistare da lì una grande nave, quasi un’arca. Dice di sentirsi al contemplo sia sulla riva che sopra quella nave e di immergersi in questa ubiquità notturna.
A tavola un monaco che partecipa alla costruzione del monastero zen Gyogenji di Costigliole d’Asti mi racconta di come tutto è iniziato: camminando sette metri sui carboni ardenti. Un giorno, per caso, seguendo un amico, si è ritrovato in questa passeggiata del fuoco. Qualcosa si è acceso. Prima di allora aveva seguito le orme del padre muratore. Mentre costruivano le case cercava di costruire un rapporto con lui e ci girava intorno come se quel loro rapporto fosse un cantiere.
A fine pranzo gli dico «Nel decennio passato non ho fatto altro che rincorrere persone e le loro storie e ognuna di loro era per me un rifugio, dove scappavo per difendermi dalla mia stessa vita. Adesso invece mi sono stancato di seguire gli altri e mi sento in un antro». Mi chiede: «Ti senti un altro?». «No», rispondo, «mi sento in un antro, in uno scavo che porta solo a me».
Un monaco zen con una canna di bambù su cui reggere il proprio equilibrio scende le scale di un cantiere che lo portano a passeggiare tra le fondamenta del monastero che vent’anni fa, nella sua mente, già esisteva. È Beppe Mozuka Signoritti. Mi racconta di come da piccolo il sogno era la visita dei parenti da Torino, i forestieri che venivano a Foggia e questo significava poter mangiare due volte al giorno e viaggiare nella loro auto. A 14 anni decise di trasferirsi anche lui a Torino per il sogno di una vita forestiera. Mentre rievoca le sue origini nelle fondamenta, arriva una voce dalla terra di sopra che lo chiama e che gli dice che è ora di andare. Lo saluto e rimango da solo a camminare ancora un po’ tra le fondamenta, non faccio il reality check del sogno lucido, non mi chiedo cioè se questo momento sia vero.
Faccia al muro, al muro del tempio Enku-Ji di Torino fisso il bianco e sento una voce. È la voce di Elena Seishin Viviani che mi guida in una meditazione: «Possiamo osservare i nostri pensieri senza soffermarci su di essi. Li vediamo, qualsiasi pensiero sorga, buono o cattivo poco importa. Possiamo osservarlo e lasciarlo andare. Le nuvole bianche non ostacolano il grande cielo. Le nuvole bianche sono i nostri pensieri non ostacolano la grande mente, la mente unica, la mente universale. È un po’ come se tornassimo a casa. Alla sorgente. Quando sei in una situazione di empasse a volte è meglio non muoversi. Stare con quella condizione. Stare fermi. Noi non siamo solo i nostri pensieri. Siamo molto molto di più.
Dōgen Zenji alla domanda “che cos’è il Buddha Dharma?”, risponderà “Conoscere se stessi”, ma poi dirà “Dimentica te stesso”. Come ci si fa a dimenticare di sé? Forse ci si può mettere a lato, diventare eccentrici, uscire dal centro, vedere da un’altra prospettiva.
E che possibilità ci dà questo uscire dal centro? Ci dà la possibilità di essere un’unità in armonia con tutte le cose. Io non sono il centro dell’universo, sono insieme a tutto a tutto. Buddha Shakyamuni quando si risveglia dice non dice “Io sono risvegliato”, dice “Io, insieme a tutti gli alberi, a queste montagne, alla stella del mattino, ai fiumi”.
È un io che non ha nulla a che vedere con l’io piccolo, esploso e quindi diventa parte di tutto. Questa abitudine al tornare a casa, all’origine, pian piano trasforma noi e la nostra vita. Quando tu pratichi in questo modo sei come la tigre che rientra nella montagna e il drago che ritorna all’acqua. L’acqua è l’habitat del drago. La montagna è l’habitat della tigre. Vuol dire che torni alla tua casa, alla tua origine, quella da cui non te ne sei mai andato».
Dal quinto taccuino del principiante: il varco, la crepa, fine della pioggia
La crepa nel tempio,
il varco sulla collina,
la nuova veste alla fine della stagione delle piogge.
Mi ricordano una voce che ho sentito e che, come gli incontri fatti in questa quinta tappa, mi sembra parlare di tutto ciò che rinasce.
La crepa nel tempio zen Ten Shin si trova nella parete di fronte a cui medita Daniela Myoei Di Perna, nel quartiere Fuorigrotta a Napoli. Qui il fenomeno del bradisismo disegna fenomeniche linee, sentieri sui muri. «Sotto di noi c’è un magma – mi dice Daniela – e noi lo sentiamo: quando siamo seduti a meditare sappiamo che siamo pronti ad esplodere. Questo è il nostro modo di stare fermi, in silenzio».
«Questo è il mio posto – dice sedendosi – e guardo davanti al mio posto e vedo, chiarissima, questa: una delle crepe del tempio. Parte dal fondo e arriva con un movimento così, un po’ ondulato, fino al soffitto. E siccome noi guardiamo davanti al muro, la mia meditazione è davanti a questa crepa, che ha una linea molto simile alla scrittura in kana dell’alfabeto corsivo giapponese. È un insieme collegato, come vedi ci sono pochi punti in cui il segno si distacca dal segno successivo. Continua dall’alto verso il basso perché la scrittura è dall’alto alto verso il basso e da destra verso sinistra. Gli occhi, quando sono qui in meditazione, sono semichiusi e la crepa è sinonimo della nostra fragilità, perché laddove si crea una crepa c’è qualcosa che si sta rompendo; ma nel momento in cui qualcosa si rompe, si frantuma anche quel piano di realtà ed è possibile che ce ne sia immediatamente un altro. La crepa apre una fessura laddove entra una luce e puoi vedere un piano di realtà diverso. La crepa, sebbene rappresenti quindi la fragilità, diventa quello spazio della possibilità. Qualcosa in cui vedere attraverso, vedere oltre»
«La sera pratichiamo con le luci soffuse, di giorno invece le tapparelle sono leggermente abbassate, quindi la vedi e dopo un po’ non la vedi più. Come i suoni dell’ambulanza che passano in strada qui fuori, le voci dei bambini dell’asilo vicino, quella del meccanico che ha l’officina appena fuori dal nostro vialetto; le senti e poi non le senti più».
Il varco sulla collina è quello aperto dal centro Muni Gyana sul promontorio di Pizzo Sella, a Palermo, affacciato sul golfo di Mondello.
«Salendo – mi ha detto il venerabile Olivier Rossi – si ha l’impressione di ritrovarsi in un villaggio fantasma». Il villaggio fantasma di cui mi parla è stato costruito tra il 1978 e il 1983 dalla Sicilcalce spa, società di cui era titolare Rosa greco, sorella del boss mafioso Michele Greco. Abusivismo edilizio, abuso d’ufficio e corruzione sono i reati di cui la collina porta i segni. Il promontorio viene prima interamente sequestrato, poi desequestrato, arriva l’ordine di demolizione quindi la revoca dell’ordine di demolizione. L’opera incompiuta oggi è a tratti abitata. Io sono qui per capire come un luogo, possa diventare un altro luogo. Come in una villa confiscata alla mafia possa aver sede un centro buddhista tibetano, il centro Muni Gyana.
Sul taccuino appunto il titolo per un programma televisivo mai visto: Bim Bum Bam Bam. L’idea me la dà Marco Farina, presidente del centro Muni Gyana quando mi racconta che la sua generazione è quella nata a Bim Bum Bam e stragi, abituata ai cartoni animati interrotti dalle notizie dell’ultima vittima della mafia. «La pratica meditativa – mi dice – infonde armonia nel singolo ma è pensata al plurale, per creare l’armonia fra gli esseri».
Allo stesso modo, il fatto che una di queste ville conficcate nella collina sia diventata un centro buddhista è un simbolo, un cambio anche nel vocabolario cittadino: «Sogno che un giorno questa non sarò più conosciuto da tutti come il promontorio della vergogna ma come quello dei buddhisti».
Davanti alle stupa trascrivo sul taccuino la frase di un’altra meditante, «Noi qui stiamo facendo bonifica». Muove la mano in senso circolare e quel movimento è l’energia del vento che sta ripulendo l’aria, passa attorno alle stupa e fluisce verso il mare e l’orizzonte.
La nuova veste alla fine della stagione delle piogge è quella che si celebra al Napoli Buddhist Vihara, il centro Theravāda che visito nei giorni del Kathina: la celebrazione della fine del Vassana, appunto la stagione delle piogge monsoniche, quando i monaci in ritiro tornano alle proprie comunità.
Questo tornare e riunirsi è simboleggiato da un filo che durante la veglia notturna viene srotolato e passa dalle mani dei monaci a quello delle persone che occupano tutte le sale del tempio. Si forma così un reticolo che unisce gli uni agli altri e li porta svegli fino all’alba, quando quel filo viene reciso e diventa tanti braccialetti che i monaci annodano ai polsi di tutti e di tutte.
La sala del tempio è anche la sala regia da cui l’abate Bhante Panangala Vajragnana guida cameraman, sceglie inquadrature e programmazioni della televisione ufficiale del monastero che trasmette anche la diretta del Kathina. Mi dice che da piccolo vide un apparecchio magico: un radio registratore. Lo aprì per capirne i meccanismi e quel giorno comprese ciò che più di ogni cosa voleva fare: trasmettere.
La voce finale che mi ha trasmesso l’unione fra tutte queste storie è quella di Agenda dei Buoni Propositi di cui ascolto la canzone Creami. Durante il viaggio di ritorno lo ascolto cantare: “Creami, una seconda volta”. Lo ripete tre volte mentre in sottofondo si aggiungono altre frequenze: un coro di sue voci che – effettuate – non sono più solo la sua.
«Mi sento che sto galleggiando sopra l’acqua e c’è tutta una profondità a cui non ho accesso». Mi ha detto Atisha Mathur, un insegnante di logica e dibattito di passaggio a Palermo. Mi ha raccontato di quando, seduto sul pavimento della casa del suo maestro in india, ascoltava le sue parole provenire dal fondo ma non riusciva a raggiungerle, «mi sentivo alla deriva della ragione».
Un altro cammino nell’Italia buddhista me l’ha raccontato Frida, una donna conosciuta a Napoli. È partita da Playa del Carmen per un viaggio attraverso tre città italiane, in ogni tappa visita un tempio e una persona che non vedeva da anni.
«A Milano ho visitato mia nonna, vive in un ospizio e anche se non mi riconosce, so che lei c’è.
A Firenze ho visitato mia figlia, sta compiendo un percorso di transizione uomo donna e sono l’unica della famiglia con cui parla.
A Napoli sto visitando me stessa. Ho studiato qui, c’è il mio cuore e dopo questi, incontri voglio vivere un momento di riflessione. ora ho bisogno di stare ferma, seduta».
«Non posso controllare quando mia nonna non ci sarà più, non posso controllare nulla rispetto al futuro di mia figlia, se mi vorrà o non mi vorrà nella sua vita. Cerco di stare dove sono i miei piedi».
Dal sesto taccuino del principiante, nel giorno in cui si nasce, ci s’illumina, si muore
«In tutte le scuole, in tutte le tradizioni, raccontate, fate memoria perché un praticante buddhista, uomo o donna che sia, ha solamente tre punti da rispettare. Praticare il Dharma come l’ha ricevuto, continuare a studiare e ad approfondire i testi e poi dare testimonianza, lasciare traccia perché questa è una cosa che o si fa adesso o non si fa più su questa parte di storia. Invito anche a scrivere un libro di note dei centri, è la Storia questa».
Queste parole me le dice Elsa Bianco, analista Junghiana e presidente UBI dal 1996 al 2000. Mi porta al Centro Studi Sereno Regis di Torino, biblioteca e archivio che raccoglie documenti e materiali sui temi della pace e della non-violenza. Qui mi legge un passaggio dell’articolo per lei più significativo e attuale dell’intesa fra Stato e Unione Buddhista Italiano: “La Repubblica riconosce all’Unione buddhista Italiana e agli organismi da essa rappresentati e a coloro che ne fanno parte, la piena libertà di svolgere la propria missione spirituale, educativa, culturale e umanitaria”. Mi legge anche un passaggio successivo in cui si dice che l’UBI è “per motivi spirituali contraria all’uso delle armi”. «Questo articolo – dice – è un grande ombrello di protezione, che sanciscono indiscutibilmente atteggiamenti di rispetto e non di intolleranza. È una dichiarazione che orienta lo sguardo, la direzione, e che parla di una civiltà dove il più possibile si vuol far evolvere le persone, rispettare le spinte creative, stare a sentire le minoranze e acquisire sempre più una capacità di integrazione a tutti i livelli».
«Vorrei andare in analisi. Mi piacerebbe affrontare una terapia cognitivo comportamentale», mi dice un monaco Theravada con cui parlo tanto al tempio Dharma Nikethanaya di viale Padova a Milano. Si è laureato in psicologia in India con una tesi sull’autismo nell’età dell’infanzia. La psicologia l’ha scoperta da piccolo scovando un libro di Jean Piaget in monastero, nella camera di un monaco più grande. Ha poi svolto il dottorato in Italia. Gli piace camminare intorno al monastero, vorrebbe parlare con le persone sedute alla panchina per imparare meglio l’italiano, vorrebbe sentire i problemi degli altri. Mi spiega che i tre piani della mente di Freud sono sullo stesso asse dei piani della mente del Buddha. Poi stringe il pugno della mano destra, colpisce il palmo della mano sinistra e dice: «Ho un trauma che mi si è inflitto dentro», e il trauma è il pugno e il dentro è la sua mano aperta.
A nove anni un bambino entra in monastero per diventare monaco. Con lui entra anche un coetaneo che chiama fratello. Ancora oggi si riferisce a questi dicendo “Mio fratello”. A quindici anni il giovane aspirante monaco è il primo a vedere suo fratello, nella foresta fuori dal monastero, impiccato ad un albero. «Eravamo io, lui e l’abate. Rimanemmo io e l’abate. Per un anno riuscivo a prendere sonno solo di giorno. Avevo paura di parlarne. Non ne parlavo con nessuno. Ho problemi di insonnia».
Mi confessa questo un pomeriggio nella camera che condivide oggi nel suo tempio con altri due monaci. La trapunta poggiata sul letto crea degli avvallamenti, delle colline su cui è ricamata una galassia in cui mi perdo. Mi confondo tra la sua storia personale e quella che mi racconta del principe Siddharta Gotama, che da giovane esce dal palazzo di suo padre, il Re, e per la prima volta in vita sua vede un cadavere, un malato e un vecchio: tre simboli della realtà che il padre gli aveva tenuto nascosto sino a quel momento.
La biografia del monaco si mischia nella mia testa a quella di Siddartha mentre cala il tramonto alla periferia, a pochi passi da una rotonda che separa la città dalla provincia e potrebbe esserci di lì in poi una landa, una foresta nera che è il proseguo in cui devo avventurarmi.
Un altro monaco del tempio mi porta a passeggiare lungo il Naviglio della Martesana. Mi dice che spesso lui e gli altri monaci sono soliti fare questa camminata. Li immagino muoversi in gruppo, fra chi fa jogging e chi passa in bicicletta, seguendo il flusso dell’acqua su cui si riflettono capovolte le case ai margini. Mi dice che fin da piccolo il suo sogno era diventare monaco ma i genitori, i fratelli e le sorelle, non erano d’accordo, non lo capivano, dicevano di aspettare, di riflettere bene e allora lui gli rispose che se aspettava, se continuava a riflettere, perdeva il tempo, perdeva la vita che voleva. Ora il suo sogno è aprire un monastero immerso nella natura, dove le persone possono non sentire le automobili, dove le voci sono più quelle degli animali che dell’uomo, mi dice che c’è bisogno di questo.
Infilo il mio sguardo nell’architettura urbana, fra i ballatoi delle case e penso ad una donna che un giorno di molti anni fa si è affacciata alla finestra della sua camera da letto e ha visto che dove prima non c’era nulla ora c’era una Stupa, e non sapeva ancora dare un nome a questa costruzione che puntava verso l’alto.
Riguardo le foto dello scorso Vesak a Milano e ripenso a quando circa un anno fa, proprio in questo periodo in cui scrivo (gennaio), avevo davanti a me la mappa delle incognite: una manciata di monasteri e di templi sparsi per l’Italia, i nomi di alcuni monaci e monache da incontrare, non sapevo cosa aspettarmi.
A me pare di aver guadagnato in diottrie, delle speciali diottrie che mi permettono di vedere meglio ma non quello che c’è fuori. Mi capita di vedere le mie giornate dal punto di vista del narratore esterno: un uomo cammina in una cavità della Terra che però potrebbe trovarsi anche a mezz’aria, un cerchio che si apre all’altezza della sua testa, lui si arrampica, ci entra dentro e dà lì, come fosse dietro uno specchio, continua a camminare osservando la realtà come un al di là, fino a quando un cerchio non si riapre e torna da quest’altra parte.
Ora in quale delle due parti siamo?
Dal settimo e ultimo taccuino del principiante
Quindi sei diventato buddhista? Quindi hai avuto l’illuminazione? Quindi gli interrogativi che molti mi pongono, a un anno dall’inizio del mio cammino nell’Italia buddhista, sono questi: sapere se c’è una formula, se mi sono seduto e qualcosa mi si è messo in piedi in testa, nell’animo, se i pensieri si sono sollevati, se ora su quel filo teso fra la realtà e la mente io sono l’equilibrista.Io non rispondo. Taglio corto, taglio corto il filo, non sono diventato altro da me, mi ci sono infilato più dentro, di me, e da quel fondo, fondale, a volte mi parlo.Sento un eco.
Ci pensavo percorrendo le novantanove curve nella foresta per arrivare al tempio dei tre gioielli a Berceto, in provincia di Parma. Ci pensavo nei tempi morti alla Via del Diamante, al mattino prima di raggiungere il cantiere, mi chiedevo se il tempo può mai morire o se è comunque sempre vivo.
Ci pensavo ascoltando il mare e la pioggia provenire dalla radiosveglia del monaco del Ghe Pel Ling di Milano che si professa pigro. Nella sua camera ha appeso alla parete un pappagallo di plastica che cinguetta sempre, giorno e notte, così lui può sentirsi in un bosco interiore sempre, in un cammino anche da sdraiato, sul materasso o guardando fuori dalla finestra scampoli paesaggistici della Stalingrado d’Italia, la Milano d’inizio ‘900, agglomerato di fabbriche metalmeccaniche, siderurgiche dove lui trotta lento insieme agli altri monaci nelle loro uscite.
Cosa ci stiamo a fare, mi sono detto, se non a camminare sempre dall’inizio alla fine, anche quando ci sediamo in un bar in una frazione vicino Berceto, sapendo che tutto è finito, che è l’ultima note prima di ripartite per tornare a casa e di fronte al bar c’è un albergo chiuso da anni e davanti ho un panorama di montagne e strade che è dove domani andrò.
L’arrivo di lama Thamthog Rinpoche in Italia nel 1987 è stato un incidente, mi dicono. Viaggiava in un autobus in India che si è ribaltato con tutto il suo braccio poggiato fuori dal finestrino e da quel giorno cominciò a non sentirlo più. Fra le dita non riusciva più a rigirarsi la mala. In Italia, nell’ospedale dove fu operato, ritrovò la funzionalità del braccio e anche un tempio da portare avanti. Durante il discorso che sento al Ghe Pel Ling racconta che durante l’intervento sentì con nitidezza il momento in cui un tendine si riallacciava all’altro ed era come se dentro di sé ogni filo si riallacciasse.
«A 12 anni la mia baby-sitter mi ha regalato un libro sul buddhismo e Compagno di sbronze di Bukowski. A 20 anni un monaco mi ha raccattato di notte dalla strada, ubriaco, e mi ha portato al suo monastero. I giorni dopo mi ha colpito con un keisaku, il bastone dell’incoraggiamento. Io che non ne sapevo nulla l’ho preso per il collo, “fallo un ‘altra volta” gli ho detto, “e ti tiro un pugno”», mi dice un monaco novizio dopo qualche giorno in cui abbiamo parlato solo a gesti e sorrisi.
Ripenso al bianco: alla storia della monaca Koren, pittrice che un giorno non riesce più a dipingere nulla, la tela rimane bianca, lei lavora in banca, lascia la banca e si ritrova al Sanbojii, dinnanzi ad un muro e si dice: “Ecco allora dove doveva portarmi la tela bianca”.
Tetsugen Serra, con il nome di Carlo serra, era un fotografo pubblicitario che un giorno decise di non fotografare più le persone ma le pareti bianche, dove c’era anche la presenza di un interruttore, come fosse un portale, una promessa di vedere dentro quel bianco, ciò che siamo. Il suo studio di posa divenne così la primissima sede de Il Cerchio vuoto.
Anche Giulia Niccolai, prima fotografa, poi poetessa, infine monaca del The Pel Ling abbandonò la fotografia. Lo fece quando capì che le sue sue immagini potevano essere reinterpretate dal giornale che le pubblicava e diventare un’altra storia, cominciò quindi a scrivere poesie e poi, dopo una malattia e dopo la decisione di farsi monaca, disse di aspirare all’idea di lasciare anche l’orpello della scrittura, della parola.
Io non voglio lasciarla. Mi ci attacco, e ci attacco ogni significato.
Sempre a Berceto mi parlano di nuovo del tempo, mi dicono che è un luogo dove un attimo prima piove e quello dopo c’è il sole, come fossero due geografie parallele che s’incrociano nel millesimo di secondo; d’inverno, mi dicono, magari con la neve, ci sono i colori primaverili di un albero, non si capisce dove siamo, in che tempo siamo.
Io ora dove sono? Sono quella figura che cammina lungo una salita, volta la curva e scompare dalla vista, eppure continua a camminare.
Valerio Millefoglie. Scrittore e giornalista, musicista e compositore, è nato a Bari ma vive a Roma. Collabora con D La Repubblica. Tra le sue pubblicazioni, Manuale per diventare Valerio Millefoglie (Baldini&Castoldi Dalai 2005); L’attimo in cui siamo felici (Einaudi, 2012); per la collana Contromano di Laterza Mondo piccolo. Spedizione nei luoghi in cui appena entri sei già fuori (2014). Ha scritto reportage narrativi per il Venerdì di Repubblica, L’Espresso, Trilogia normalissima e i Libri della vertigine editi da CTRL BOOKS. Ha diretto ARCHIVIO magazine ed è autore di podcast, performance e del disco I miei migliori amici immaginari (2011). Il suo ultimo libro si intitola Tutti vivi (Mondadori, 2024), diventato podcast per RaiPlay Sound.



































































































































































