The Elephant in the Room. Padova, 21-23 febbraio 2024

Il mistero della coscienza: riflessioni e risposte degli studiosi di discipline scientifiche, filosofiche e contemplative al convegno internazionale
“The Elephant in the Room” (Padova, 21-23 febbraio 2024)

 

Tra il 21 e il 23 febbraio, nelle aule dell’Università di Padova, si è tenuto il convegno internazionale “The Elephant in the Room. Investigating Consciousness Beyond Reductionism”, organizzato in collaborazione con il Centro Studi di Unione Buddhista Italiana e l’India Foundation, e con la partecipazione del Mind and Life Europe, la Ottawa University e la Mind Care Foundation.
Sono intervenuti più di venti studiosi da tutto il mondo (Europa, India, Canada, Stati Uniti etc.): neuroscienziati, ma anche fisici, filosofi ed esperti di varie tradizioni contemplative, accomunati dal proposito di approfondire il mistero della coscienza attraverso cornici concettuali e approcci sperimentali capaci di sfidare il riduzionismo.

C’è stato chi – come Christof Koch, uno dei principali fautori della Teoria dell’Informazione Integrata (IIT) – ha affermato di essere ormai a un passo dall’individuazione dei precisi correlati neurali della coscienza. Mentre, per altri, la coscienza non è riducibile ai solo processi cerebrali. L’indagine su di essa coinvolge potenzialmente ogni ramo della scienza e richiede una profonda revisione degli attuali presupposti epistemologici, sfidando la nostra comprensione del rapporto tra soggetto e oggetto, mente e materia. È questa, per esempio, l’idea espressa da due figure di fama internazionale che, durante il convegno, hanno dato il via a uno stimolante dibattito: Federico Faggin (fisico italiano naturalizzato statunitense, a cui dobbiamo l’invenzione del microprocessore) e Donald Hoffman (psicologo californiano ideatore della celebre teoria dei “conscious agents”, secondo cui la realtà fisica sarebbe il prodotto dell’interazione tra molteplici agenti coscienti). Finché si cercherà la coscienza nei processi neurali – secondo gli studiosi – si continuerà a scambiare il dito per la luna.
La profondità del problema è anche all’origine della confusione che aleggia attorno all’intelligenza artificiale: “È possibile che una macchina acquisisca coscienza di sé?”. “No” ha risposto con decisione nel suo intervento la ricercatrice indiana Sangeetha Menon, dando voce a un parere largamente condiviso dai partecipanti. Al momento non lo sappiamo, ma è chiaro che la vita biologica e la cognizione “incarnata” manifestano proprietà profondamente diverse da quelle di un computer, tra cui l’autopoiesi (la circolarità tra cognizione e azione nella quale sono inseriti gli esseri viventi): un concetto che risale al lavoro di Francisco Varela, del quale al convegno ha parlato Sebastjan Vörös, filosofo di Ljubljana. E poi c’è chi ha affermato che l’enigma della coscienza non vada cercato dentro, ma piuttosto fuori di noi, nella realtà che ci circonda: è l’idea della “mente allargata” sostenuta da Riccardo Manzotti, che sposta l’attenzione dal cervello alle nostre complesse relazioni con l’ambiente.
Infine, è stato dato ampio spazio alle intuizioni provenienti da antiche tradizioni contemplative come il buddhismo e l’induismo, ma anche al modo con cui le pratiche meditative sono oggi studiate dalle neuroscienze: nel Center for Consciousness Studies di Bangalore, dal quale son intervenuti Bindu M. Kutty e Ravindra P. Nagendra, ma anche a Liège, nel vicino Belgio, dove Steven Laureys, uno dei più rinomati neurologi della coscienza, da oltre vent’anni è impegnato nella ricerca su questo tema.

 

In conclusione, a dispetto del titolo, il convegno ha mostrato come la questione della coscienza non sia ormai più l’elefante nella stanza: se per molto tempo è stata pressoché ignorata dall’indagine scientifica, i tempi sembrano maturi per una costruttiva collaborazione interdisciplinare capace di gettare sempre più luce su questo mistero – la cui soluzione sembra, tuttavia, ancora distante.

centrostudiubi.it

Padova/Milano, marzo 2024